Casa degli affreschi di Corte Zivelongo
Nel corso dei secoli la casa che custodisce gli affreschi ha subito, come gli altri edifici circostanti, rimaneggiamenti e cambi di destinazione d’uso; il recente restauro l’ha consacrata museo, interpretato non come esposizione di oggetti di vario genere accomunati dal fatto di essere appartenuti alla medesima cultura contadina, ma come mostra di quanto poteva trovarsi naturalmente nell’ambiente fisico ora ricostruito. Il criterio guida è stato: l’oggetto giusto al posto giusto.
L’edificio è composto di due corpi di fabbrica: quello anteriore si affaccia sulla corte, il posteriore corre lungo la strada comunale e in esso si trovano i dipinti. Di autore ignoto e datati tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, il loro restauro è stato portato a termine nell’ottobre scorso. Anche alla luce di recentissimi rinvenimenti appare sempre più convincente l’ipotesi che la sala dove si trovano fosse in origine la cappella di un monastero, piccola succursale in loco di una ben più importante residenza cittadina.
Le pitture murarie sono due e potrebbero avere un motivo conduttore unificante: la presenza nella vita umana dell’aiuto soprannaturale, che è veicolato dai santi e investe sia la sfera materiale che spirituale. Quest’ultimo aspetto si rispecchia in particolare nel trittico dipinto sulla parete ovest della sala, nel quale la Madonna, invocata anche come porta del paradiso, è affiancata da una figura monacale, interpretata come san Domenico di Guzman il quale, attraverso l’ordine da lui fondato, perseguiva la salvezza delle anime con l’insegnamento e la predicazione. Il trittico annovera anche san Michele arcangelo ritratto in veste di accompagnatore delle anime al momento del giudizio. Alla sinistra del trittico l’affresco prosegue presentando, su sfondo di mura merlate, altri due santi, identificati come san Rocco e san Sebastiano, i protettori per eccellenza della salute, invocati in particolare durante le epidemie.
Il dipinto della parete est, molto degradato anche perché in origine non era stato portato a termine, si è potuto recuperare solo parzialmente. Fortunatamente nella comprensione ci vengono un po’ in aiuto vecchie foto scattate negli anni ’60 del secolo scorso. Rappresenta la leggenda di san Giorgio che uccide un drago, salva la vita di una principessa, libera una città da una presenza maligna e converte i suoi abitanti al cristianesimo.
L’abitazione
La cucina
Il corpo di fabbrica anteriore alla sala degli affreschi, composto di camera al piano superiore e cucina al piano terra, si apre con ingresso autonomo sulla corte probabilmente in seguito alla ristrutturazione avvenuta nel 1928.
La cucina contadina era il cuore della vita familiare tanto che nel parlare comune veniva chiamata casa tout court. Presenta gli elementi strutturali tipici del tempo: pavimento in lastre di pietra, grande camino (con tiraggio di solito scarso), acquaio, piccola nicchia nel muro per riporre le stoviglie più fragili, scala in legno per accedere alla camera. Ad essi si accompagnano gli arredi caratteristici in uso nel nostro territorio all’incirca fino agli anni ’60 del secolo scorso, quando l’Italia contadina intraprese la via dello sviluppo industriale. Tra questi spiccano in particolare gli utensili attinenti alla polenta, il cibo per eccellenza del contadino: la madia (casson), il paiolo di rame (parol), il setaccio (tamìso), la votazza (sessola), la frusta (triso), il mestolo trisa di forma piatta (mescola), la tafferia (panarol o panara) e da ultimo el cuertapolente, termine che in italiano non trova corrispondente. Lavorato a ferri o all’uncinetto con filo si cotone grosso, è sostanzialmente un pesante centrino bianco, rotondo, a tramatura fitta, modellato sulla grandezza della tafferia cui è destinato. La polenta va ricoperta dopo che si è raffreddata per proteggerla dalla polvere e conservarle il giusto grado di umidità.
La camera
Anche la camera rispecchia la cultura del tempo, con arredi che datano a partire dalla seconda metà dell’Ottocento per giungere pressappoco alla metà del secolo successivo.
La camera da letto era la stanza più curata della casa dove le donne, soprattutto in occasione di visite del medico o del prete, sfoggiavano il bianco, un colore ritenuto lontano dalla povertà e che si prestava al modo di lavare del tempo. In dette circostanze si permettevano inoltre una qualche ostentazione della loro bravura nell’eseguire finissimi lavori a mano: asciugamani ricamati e frangiati, lenzuola con trafori e lavorazioni in rilievo di scritte come “Buon Giorno” o “Buon Riposo”, trine usate per guarnire orli o dare un tocco particolare a qualche capo di vestiario, centrini molto elaborati per impreziosire un mobile.
Nella stanza si può notare, oltre all’immancabile culla, un tipico utilissimo scaldaletto di legno, el preolo. L’utensile era predisposto per ospitare al suo interno un piccolo braciere e qualche tempo prima di coricarsi veniva introdotto tra le lenzuola del letto per almeno intiepidirlo durante le gelide notti invernali. La camera infatti, a differenza della cucina dove si trovava il camino, era priva di qualsiasi forma di riscaldamento. L’operazione era detta “portar en leto le brase”.
Contrada Zivelongo
Il toponimo Zivelongo compare la prima volta in un documento datato 920 e la contrada omonima è una delle più antiche della Lessinia, sicuramente abitata dagli ultimi secoli del Medioevo e ancor prima secondo lo studioso Paolo Righetti (“Una contrada rinasce: nuovo museo a Zivelongo: recupero di una corte di origini tre-quattrocentesche”, 2025). E’ situata nella parte sud ovest del comune di Sant’Anna d’Alfaedo (VR) ed è formata di tre nuclei abitativi: quello a meridione costituisce la corte in oggetto, che nel marzo 1986 è stata dichiarata bene storico-paesaggistico da parte del Ministero competente e sottoposta a vincolo urbanistico. Nel settembre 2024 sono iniziati i restauri conservativi, che sono tuttora in corso trattandosi di opera di grande respiro che gradualmente interesserà l’intero nucleo rimasto abbandonato dagli anni ’60 del secolo scorso.
Corte Zivelongo è formata a nord da una schiera di pregiati edifici che in direzione sud si interfacciano con un’abitazione isolata e una torre colombaia. A ovest sono integrati da alcuni rustici più modesti e ad est sorge quello più recente (post 1848), per la cui costruzione è stata sacrificata una porzione del muro di cinta che insisteva da questa parte, con relativo arco di accesso. Un corrispondente arco delimita tuttora l’uscita della corte dal lato opposto: un tempo era quindi una corte chiusa, seppur costruita in momenti successivi, affiancando via via a elementi cittadini ed estranei quella che viene definita architettura spontanea e ha perciò stesso carattere locale.
Sul lato est della schiera si trova la casa degli affreschi. La presenza di quest’ultimi, “caso unico di pitture murali di vaste dimensioni in Lessinia” e di altri ragguardevoli elementi architettonici, hanno fatto ipotizzare agli studiosi che, almeno all’inizio, la corte potesse essere “una fattoria agricola di proprietà di qualche monastero o di qualche famiglia dell’aristocrazia veronese” (arch. Pavan in “La Lessinia – Ieri Oggi Domani – 2021 e 2018”). E’ documentato che il monastero di San Zeno, ad esempio, ha conservato diritti su queste terre almeno fino al 1671: nell’estimo di tale anno è annotato che Valentino Zivelonghi paga affitto (non quantificato) a detta istituzione.

